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Smarrirsi e ritrovarsi nel labirintico regno di Oz

20150905_212300Ma io mi devo sfogare!”. Sono gli ultrasuoni di un bimbo che la mamma cerca di far entrare nel tendone del parco di Villa Maioni: sabato 5 settembre, è la serata dell’ultimo spettacolo della rassegna Allegro con brio, l’aria è decisamente fresca e manca un quarto d’ora all’inizio dello spettacolo, perciò il bimbo può ancora farsi una dozzina di corse intorno al tendone con amichetti altrettanto scatenati. Sul palco è già pronta la semplice scenografia: pannelli rettangolari e verticali ricoperti di stoffa nera che si mimetizzano sul nero fondale.

Gli attori li ho incontrati in biblioteca mentre scaldavano le voci: fanno parte della compagnia Teatro blu di Varese. Il Teatro Blu nasce come gruppo di lavoro nel 1989 a Brescia dall’ incontro tra l’attrice Silvia Priori e Daniele Finzi Pasca, direttore artistico del Teatro Sunil di Lugano. Nel 1993  diventa Associazione Culturale con sede a Cadegliano (VA) allo scopo di creare e sviluppare una collaborazione artistica culturale tra Italia e Svizzera. Si avvale  della collaborazione di artisti provenienti da diverse scuole e tradizioni differenti. E’ riconosciuto dall’ Ente Teatrale Italiano, dalla Regione Lombardia, dalla Regio Insubrica e  dalla Provincia di Varese. Nel 1995 nasce la collaborazione fra Silvia Priori e Roberto Gerbolés, artista argentino proveniente dalla Scuola Teatro Dimitri con il quale tutt’oggi progetta e scrive numerosi spettacoli, tra cui appunto Oz – la magia.

Lo spettacolo inizia quando sullo sfondo nero spicca il vestito giallo di Dorothy, una bambina capricciosa che si trova chiusa in un luogo noiosissimo – lo studio biblioteca dello zio – perché è una bambina rumorosa e le interessa solo cantare a squarciagola (e a squarciatimpani). Così la migliore punizione è quella di farla stare ferma in un luogo silenzioso e pieno di strani oggetti che lei non sa come utilizzare: libri. Non servono neppure come mattoncini per fare costruzioni, la torre crolla. Dorothy è fuori di sé dalla rabbia. Finché frugando qua e là la bambina trova un libro – Il mago di Oz – e lo apre. Mentre sfoglia le prime pagine una musichetta da carillon accompagna l’ingresso in scena di tre personaggi, vestiti in modo bizzarro e con tre strani copricapi: i tre attori sono altissimi dietro a Dorothy, cosicché l’attrice sembra davvero una bambina. 20150905_212247Presto scopriamo che i tre sono Lattina, Pagliuzza e Leo, versione moderna dell’uomo di latta, dello spaventapasseri e del leone fifone del romanzo di Baum; leggendo qualche pagina del libro Dorothy è entrata nella storia, e ora dovrà capire come fare per tornare a casa. Ma anche i tre hanno un serio problema che li angustia: Lattina è privo di cuore, Pagliuzza di cervello e Leo di coraggio. Dorothy vorrebbe leggere subito il finale della storia per non perdere tempo e risolvere subito la faccenda… “Noooo!”, urlano all’unisono i tre: un libro va letto tutto, pagina dopo pagina. Così come un passo dopo l’altro bisognerà incamminarsi alla ricerca del grande mago di Oz, l’unico capace di aiutarli.

La scenografia comincia allora ad animarsi: i pannelli neri scorrono mossi dagli attori invisibili dietro di essi, e l’impressione è davvero quella di un regno caotico e multiforme, dove si rischia di smarrire la strada ancora prima di averla trovata. Simbolo di questa incertezza è il primo personaggio che Dorothy incontra: il signor Qualcuno che vive da qualche parte e non vuole lasciare passare nessuno dalla porta del regno di Oz; per fortuna che Dorothy, realistica come tutti i bambini, gli ricorda che lei non è “nessuno”, ma una bambina, e che dunque può entrare. Poi seguirà l’incontro con gli alberi, uomini trasformati in vegetali perché troppo indecisi sulla strada da affrontare; Dorothy e Lattina per un soffio riescono a sfuggire alla trasformazione. Quando la bambina ritrova l’amico Leo ecco che compare la strega cattiva, appollaiata su una sedia altissima e accompagnata dal marito che lei crede d’aver trasformato in un cane e infatti tiene al guinzaglio: ma presto Dorothy, mentre Leo senza coraggio sviene continuamente per la paura, scopre che gli incantesimi della strega non funzionano. Infine compare il messaggero di tutti i messaggi con una busta enorme per lo strampalato gruppetto: Oz manda le istruzioni che serviranno a Dorothy per tornare a casa, ma ahimè, nessuna traccia dell’incantesimo per donare a Lattina, Pagliuzza e Leo la loro parte mancante. Quando la bambina si rifiuta di andarsene per non abbandonare i suoi nuovi amici finalmente si palesa Oz: suggestivo il suo arrivo, tra luci azzurrognole e un originale gioco di mani guantate di bianco che spuntano dietro ai pannelli neri, dando l’impressione che Oz sia enorme e abbia braccia lunghissime. Con voce profonda il mago spiega a Dorothy che come lei potrà tornare a casa ricca di conoscenza così i tre amici avranno cuore, cervello e coraggio, anzi, li hanno sempre posseduti! Capita spesso di non saperli usare, anche fuori dal regno di Oz.

Scomparso il mago la bambina ritrova Lattina, Leo e Pagliuzza e può comunicare loro la bella notizia: tripudio generale, baci e abbracci e Dorothy che deve leggere l’ultima pagina del libro: ecco il vero incantesimo per uscire dalla storia. Oz l’aveva detto: “Tornerai a casa e avrai imparato tante cose, te ne renderai conto poco per volta”. Di certo la bambina ha scoperto che ogni libro la condurrà in un nuovo entusiasmante viaggio e lei ormai ha imparato a percorrerlo senza paura, camminando dalla prima pagina all’ultima.

Eloisa Zanoni

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Il Barbiere di Siviglia

IMG_0956Parlare di un’opera lirica è difficile, soprattutto se non si è dei profondi conoscitori del genere, ma non è mia intenzione fare una valutazione tecnica. Piuttosto ho voluto considerare lo spettacolo per come si è offerto al pubblico verbanese.

Nudi di ricche scenografie e costumi, i cantanti hanno potuto mettere maggiormente l’accento sulla struttura burlesca dell’opera. Il Barbiere di Siviglia è di fatto un’opera buffa, dove travestimenti e tentativi di fuga ben s’intersecano con la storia d’amore che lega Rosina al Conte d’Almavilla.

Un’opera che fu un fiasco alla sua prima interpretazione, tanto da convincere l’autore, Gioachino Rossini, a non assistere alla serata successiva. Contrariamente, però, già dalla seconda serata cominciò il successo dell’opera che diventò col tempo una delle più famose del compositore.

Due parole per ricordare il racconto. Il nobile Conte d’Almaviva è innamorato della giovane Rosina che, orfana, vive con il tutore Bartolo di lei innamorato e deciso a sposarla. Al fine di non avere sorprese, Bartolo tiene Rosina chiusa in casa impedendole di ricevere visite, ma Figaro interviene con i suoi maneggi affinché il tutore Bortolo non l’abbia vinta e la giovane possa incontrare il suo vero amato.

Giovani i cantanti e giovane l’interpretazione, con qualche nota aggiunta al testo originale che spicca nel contesto, in particolare quando don Bartolo accenna ai brani di Orietta Berti con un “Finché la barca va” a cui probabilmente il nostro buon Rossini non aveva pensato. Ma d’altra parte, questa è la forza dell’intera interpretazione, che riesce a divertire e incantare il pubblico proprio per la freschezza della regia e per l’agile movimento di tutti gli artisti sul palco.

La facciata della Biblioteca si illumina, le luci proiettano colori e IMG_0959forme che danzano con le voci degli artisti. La balconata si trasforma velocemente nel balcone di Rosina, in uno spazio per il coro, per poi dare modo ai cantanti di entrare e uscire di scena velocemente durante le scene. Sul palco solo il pianoforte, una poltrona e un tavolino arricchito da un candelabro e qualche libro.

Nulla disturba l’attenzione e, forse può sembrare eretico dirlo, così ci si concede totalmente al canto e si riesce a notare meglio i più piccoli dettagli. Peraltro, pur trattandosi di un’opera buffa, Il Barbiere di Siviglia impegna non poco i cantanti soprattutto nei pezzi corali e nella celeberrima “Largo al factotum della città” che se ascoltata attentamente diventa un vero scioglilingua.

Spettacolo impeccabile, insomma, che non tarda a raccogliere un pubblico numeroso e attento sino a tarda ora. Alla fine, liberare la scena lascia l’amarezza di un sogno finito troppo in fretta.

Per rendere omaggio a tutti, questi gli interpreti della serata, nella speranza di incontrarli ancora nella prossima stagione di “Allegro con Brio”:

  • Conte di Almavilla (tenore) – Livio Scarpellini
  • Figaro (baritono) – Lorenzo Battagion
  • Rosina (contralto) – Camilla Antonini
  • Don Bartolo (baritono) – Carlo Torriani
  • Don Basilio (basso) – Fulvio Valenti
  • Berta (soprano) – Eugenia Braynova
  • Fiorello (baritono) – Niccolò Scaccabarozzi
  • Al pianoforte: Mirco Godio

Cristiana Bonfanti

VIENNA VS PARIGI – Spirabilia Quintet a Verbania

Spirabilia 012E’ una giornata calda, anzi afosa, quando provo a chiamare Mauro Mosca, clarinetto del quintetto musicale Spirabilia, con lui composto (per quanto riguarda l’evento verbanese) da Giulia Perego (flauto ed ottavino), Daniele Scanziani (oboe), Aldo Spreafico (corno), Giacomo Cella (fagotto). Parlare di musica da camera al telefono, mentre si batte su una tastiera di computer, può sembrare bizzarro, ma l’atmosfera è rilassata e abbiamo modo di scambiare due parole sullo spettacolo che presto accompagnerà una delle serate verbanesi di Allegro Con Brio.

Vienna vs. Parigi” offre uno spaccato di un’epoca vissuto nelle due capitali regine dell’Europa dei primi del secolo, così diverse da offrire un ampio confronto artistico su più fronti.

Siamo nei primi anni del ‘900, diciamo nel periodo che corre da inizio secolo e il 1930. Parigi vive un periodo particolarmente prosperoso, la Belle Ėpoque è al suo culmine e la cultura è particolarmente avanguardistica per il periodo, sintomo di una borghesia che guarda al futuro.

Vienna, ma più in generale tutta la zona della cosiddetta Mitteleuropa, vive ancora l’atmosfera dell’Impero austro-ungarico, più romantica e tradizionalista.

Due mondi che si scontreranno durante la prima guerra mondiale, ma che già mostravano attraverso la musica e l’arte le loro distanze.

Sono quattro i compositori scelti per rappresentare a turno le due città:

  • Jacques Ibert, compositore parigino, musicalmente considerato abbastanza tradizionalista, che scrisse opere, operette, balletti, musica da camera, musica sinfonica e anche colonne sonore (conosciute le musiche per il Macbeth di Orson Welles);

  • Reynaldo Hahn, compositore venezuelano ma naturalizzato francese, amico di Paul Verlain e Marcel Proust, usa uno stile che molto deve all’impressionismo e al post-romanticismo dominante in Francia;

  • Endre Szervánszky, compositore ungherese, maestro di clarinetto all’Accademia di Budapest compone prevalentemente concerti per strumenti a fiato dalle caratteristiche romantiche come di moda nell’Impero austro-ungarico;

  • Ferenc Farkas, compositore ungherese, inizia gli studi all’Accademia di Budapest ma li completa in Italia con il Maestro Ottorino Respighi; viaggia molto prima di tornare in Ungheria e questo dona al suo stile classico una nota di colore, che ruba sia dalla melodia italiana che dalle danze popolari ungheresi.

Mauro Mosca mi fa notare come spesso i compositori ungheresi vadano a pescare nelle tradizioni popolari del paese, andando anche a registrare con rudimentali fonografi i canti delle varie regioni e rimaneggiandoli in chiave più colta ed affine ai gusti dell’Impero. Questa operazione ci permette di poter ascoltare ancora, seppur rimaneggiati, suoni e melodie di origine antica, spesso zigana, che non sono stati scritti ma che si tramandano nelle generazioni e che forse sarebbero scomparsi senza questa rilettura.

Queste contaminazioni ci fanno intendere quanto fossero comuni gli scambi culturali nei paesi europei già nello scorso secolo. Lo stesso Spirabilia Quintet vive in uno spirito di musica classica ma non disdegna le contaminazioni jazz, con esibizioni dedicate a George Gershwin e al suo fantastico Porgy and Bess, oppure alla musica caraibica. La cultura è anche scambio.

Nel repertorio del quintetto noto una rilettura musicale dei “Promessi Sposi” e non resisto a chiedere di cosa si tratti. Dalla chiacchierata emerge l’idea di brani dal libro con sottofondi musicali che vanno a sottolineare e incorniciare le situazioni, così come sperimentato anche per un’altra rilettura musicale, quella del “Piccolo Mondo Antico” con voce recitante di Gianfranco Scotti e anche tanta poesia con un progetto di musica e poesia dedicato alla figura di Emily Dickinson.

Lo spettacolo si svolge poi in un’atmosfera un po’ differente a causa di un forte temporale che si è abbattuto sul nostro tendone, che però ha retto eroicamente all’urto. Una sosta ha permesso di lasciar passare il temporale, il cui rumore impediva di ascoltare in maniera piena il suono degli strumenti e probabilmente disturbava anche i musicisti.

Malgrado questo l’esibizione è stata seguitissima dal pubblico e un caldo applauso ha accolto la sorpresa finale, uno splendido brano di Astor Piazzolla in un arrangiamento a dir poco entusiasmante.

Curiosità finale, durante il concerto Mosca spiega anche il significato della parola Spirabilia. “Deriva dal latino spirabilis” ci dice, in poche parole che serve a respirare. Perché questa è l’arte dello Spirabilia Quintet, trasformare una cosa così semplice ed elementare come il respiro in musica, e quindi in emozione. Non è possibile chiedere di più!

Cristiana Bonfanti

Marlene Kuntz, il suono dell’imprevedibile per raccontare l’animo umano

MARLENE2“Dove sono le immagini per i Marlene Kuntz?” Probabilmente è una domanda che è venuta spontanea a quanti hanno assistito mercoledì 22 luglio alla proiezione de La signorina Else nell’ambito del ciclo Belloraro della rassegna Allegro con Brio 2015.

Gli spettatori guardano i fotogrammi del film scorrere sullo schermo alle spalle dei musicisti, ma per loro non sono lì. Asciutti, capelli lunghi sugli occhi, a testa bassa ripiegati sui loro strumenti, per loro le immagini stanno da un’altra parte, in una qualche dimensione più profonda, che scava le corde intime della sensibilità e dell’inconscio. Paiono immergersi in un flusso di musica, come in un viaggio che porta al cuore di ciò che viene raccontato dal lungometraggio di Paul Czinner, tratto a sua volta dal racconto di Arthur Schnitzler; perché è questo quello che sanno fare la grande musica e il grande cinema quando si incontrano: far vibrare le pieghe più nascoste del cuore, mostrando le infinite sfumature dell’essere umani.

La musica prende piano piano per mano le immagini con laMARLENE4 leggerezza di un ritrovarsi spontaneo e istintivo che gradualmente, in un crescendo, si rafforza e si stringe. Non fa da sfondo passivo, ma indaga, scopre, accompagna e colora le vicissitudini e i turbamenti interiori di Else, ragazza benestante e senza troppi pensieri, che proprio mentre è intenta a godersi una vacanza a St. Moritiz, riceve dalla madre una lettera che cambierà irrimediabilmente ogni cosa per lei.

11768649_10155826609880652_1938131492_o Il padre avvocato è sull’orlo della bancarotta e la madre le chiede di concedersi ad un uomo facoltoso che soggiorna nel suo stesso albergo per salvare le sorti della famiglia. Senso di colpa e del dovere nei confronti dei genitori, ribellione e un’istintiva e disperata voglia di salvare la propria innocenza si mischiano tumultuosamente nell’animo della giovane, schiacciata da un peso troppo grande per le sue fragili spalle, mentre si sforza di trovare una via di fuga allo scacco matto in cui l’ha voluta mettere la vita.

I Marlene Kuntz ci conducono attraverso i meandri più reconditi di questo dramma psicologico, facendone vibrare ogni sfumatura di suggestioni sonore. Il ritmo incessante che segue il treno al momento della partenza per la vacanza, allo stesso tempo carico di aspettative ignare e di gravi presagi, lo stridere di corde di chitarra che fa da contrappunto alla disperazione dell’uomo quando capisce di essersi rovinato con le proprie mani e della madre che si spinge a chiedere una cosa tanto rivoltante e contro natura alla figlia, certe note che sanno di ghiaccio e di neve e si sposano con l’ambiente montano in cui è ambientata la vicenda, l’atmosfera ansiogena e psichedelica che dà ancora più potenza espressiva agli ultimi tragici atti della ragazza.

Come ci racconta Luca Bergia, batterista della band: “Accostandoci a11352984_10155826609275652_1078139380_o La signorina Else, abbiamo deciso di non realizzare una colonna sonora strutturata e definita, ma di creare un flusso musicale nostro, che rispettasse la drammaturgia del testo letterario e del film, ma che fosse allo stesso tempo capace di evolvere in maniere sempre nuove, assecondando il flusso di pensiero di ispirazione freudiana che sta alla base della storia.

E’ stata una sfida artistica e un esperimento molto stimolante per noi, che ci ha consentito di aprirci al suono dell’imprevedibile, sperimentando alchimie d’improvvisazione quasi jazzistiche, possibili soltanto perché tra di noi c’è un’empatia talmente forte che ognuno è in grado di seguire al volo le intenzioni degli altri. Quando tutto funziona, sul palco si respira un’atmosfera magica, perché quello a cui si sta dando vita è forse ciò che più si avvicina ad un’opera d’arte. E’ un’esperienza che nasce, cresce e finisce in un momento unico e irripetibile. Si attacca con la prima nota e si parte per un viaggio che ti assorbe totalmente, senza farti più accorgere del tempo e dello spazio, fino alla fine, nel momento di riemergere alla realtà con i titoli di coda.”

In molti mercoledì sera hanno vissuto questa fascinazione, muovendo, a spettacolo concluso, i primi passi verso casa parlando piano, per non increspare con il rumore le emozioni.

Marco Blardone

Piumetto incantevole alla scoperta dei colori

20150717_205057 Non brillavano solo gli occhi dei bambini ieri sera, venerdì 17 luglio, sotto al tendone del parco di Villa Maioni. Abbiamo assistito a uno spettacolo lieve e profondo come molte storie per piccoli sanno essere: “La fiaba di Piumetto viaggiatore nell’arte” del Teatrino dell’Es di Bologna. L’animazione è stata gestita da Vittorio Zanella e Rita Pasqualini, i due direttori artistici del Teatrino dell’Es (“Es” è il pronome personale tedesco, con il quale si indica la prima fonte psichica impersonale nelle manifestazioni istintive, quindi Teatrino dell’inconscio, dei sogni, della fantasia e dei desideri), che ha sede a Villanova di Castenaso (Bo) ed è stato fondato nel 1982 da Vittorio Zanella, affiancato dalla moglie Rita Pasqualini dall’84. Rita Pasqualini e Vittorio Zanella, attori e autori di testi teatrali, producono spettacoli di burattini, marionette, ombre, pupazzi, animazioni, laboratori, corsi d’aggiornamento e corsi di formazione professionale per le scuole di ogni ordine e grado. Possiedono una ricchissima collezione museale di burattini, marionette, pupi, ombre, teatrini giocattolo, materiale scenografico e cartaceo d’antiquariato dal 1582 al 1950 di circa 7000 pezzi. “La fiaba di Piumetto viaggiatore nell’arte” è solo uno dei loro innumerevoli spettacoli; il testo è di Cristina Pellegrini, le scenografie di Angela Pampolini, regia e allestimento di Vittorio Zanella; il debutto è del maggio 2000 e ha vinto il “Premio Giuria dei Bambini” Festival Campi Bisenzio 2000.

I giovanissimi spettatori accompagnati dai genitori hanno iniziato a brulicare20150717_213721 (1) sotto al tendone mezz’ora prima dell’inizio dello spettacolo; in pochi minuti tutti eravamo contagiati dalla loro energia ed entusiasmo. Sul palco era già illuminata la scenografia, la facciata di un museo con una grande finestra, il rettangolo di stoffa bianca per le proiezioni; quando il telo ha iniziato a tremare mosso dall’interno l’aspettativa per lo spettacolo serpeggiava tra il pubblico. Ed ecco che il sipario bianco si è alzato ed è comparso il primo personaggio, il Prologo, un pupazzo a forma di P con grande bocca; suo il compito di introdurre i protagonisti, il merlotto Piumetto e la sua mamma. I tre personaggi sono pupazzi di gommapiuma e stoffa mossi grazie a bracci metallici che i due attori, vestiti di nero e con il volto coperto per confondersi con il fondale, tengono con le mani. Piumetto appare annoiato, poverino, la mamma lo costringe a visitare un museo dopo l’altro: proprio come faceva la mamma di Vittorio Zanella, quando lui aveva 6 anni. I quadri sono noiosi, e il merlotto non ci capisce niente di forme e colori! La mamma sdegnata prosegue la visita e lui resta solo; ma compare il topo guardiano del museo, che con poche mirate parole spiega a Piumetto la magia dei colori primari: il rosso simbolo dell’avventura, il giallo del gioco, il blu della paura… e non solo, se Piumetto vorrà potrà entrare nei quadri e capirli da una nuova prospettiva. È facile, basta fissare profondamente un colore, concentrarsi e…ma attenzione a ricordare la formula magica che permette di uscire dal quadro, ZANG TUMB TUMB! Piumetto è incredulo, ma, dopo aver scelto il rosso dell’avventura, si trova davvero risucchiato dal colore: efficacissima nella scenografia una specie di tenda fatta di striscioline elastiche che riproducono una “Composizione di colori” di Mondrian; attraverso i riquadri di colore il pupazzo viene fatto passare dal palco alle quinte e viceversa.

Iniziano le proiezioni: al buio si illumina solo il telo bianco sul quale vengono proiettate delle diapositive; prima il quadro famoso, poi un falso d’autore con solo lo sfondo sul quale si muovono le ombre delle silhouettes dei personaggi (policarbonato con colori da vetro traslucidi e arti mobili). Quindi per esempio prima appare “La Principessa e il Drago” di Paolo Uccello, poi solo lo sfondo della grotta con la silhouette di Piumetto a cavallo, il drago verde e la principessa; a rendere la scena realistica le voci multisonanti dei due attori. Segue “Il Carnevale di Arlecchino” di Mirò. Quando Piumetto sceglie il colore blu ecco quadri inquietanti: “l’Incubo” di Fussli, e Piumetto tormentato mentre dorme; “Saturno che divora i suoi figli” di Goya, e Piumetto rischia le piume tra le fauci del mostro (qui Zanella si nasconde in un corpo di gommapiuma e sotto a una maschera dalla grande bocca spalancata); “Guernica” di Pablo Picasso, e Piumetto scopre l’orrore della guerra nelle parole del volto oblungo sulla destra del quadro che si muove grazie ad una silhouette e parla con le voci sovrapposte dei due attori: un effetto molto sinistro. Per fortuna poi c’è il giallo del gioco! “La Danza” di Matisse prende vita in un allegro girotondo, “La Fontana” di Duchamp che appare proprio quando a Piumetto scappa la pipì (ma resiste perché lui, istruito dal topo guardiano, non rovina le opere d’arte!), “Mobile” di Alexander Calder che risuona come una campana a vento. Piumetto si è finalmente innamorato dell’arte, e questo è l’invito rivolto ai piccoli spettatori: giocare a fare gli artisti, disegnando un quadro a scelta e modificandolo inserendo la propria immagine; poi l’opera va incorniciata, accompagnata da una breve storia e spedita via mail al Teatrino dell’Es. Zanella promette pure risposte alle mail, poco per volta.

Alla fine dello spettacolo i due attori hanno un’idea davvero azzeccata: scendono dal palco con i pupazzi di Piumetto e della mamma; bellissimo vedere l’emozione dei piccoli che toccano e accarezzano i pupazzi come a ringraziarli del divertimento provato. Vittorio Zanella poi risale sul palco e mostra il dietro le quinte raccontando nei dettagli il funzionamento del proiettore, delle diapositive, delle silhouettes: c’è da dire che tutta la scenografia e ciò che la anima è lavoro artigianale di Zanella e della moglie, ogni dettaglio è studiato con precisione e inventiva (si pensi ai tappi della Tuborg per rendere fluido lo srotolamento del telo bianco). Ad un certo punto viene richiesta la presenza sul palco di uno spettatore coraggioso: un biondino alza la mano e si ritrova, come Piumetto, a scegliere un colore e a passarvi attraverso. Il bimbo è davvero coraggioso, perché sceglie il blu (la paura) e si ritrova dietro al telo bianco, subito sollevato a mostrare il piccolo viso sorridente. Neppure troppo stupito, però. Perché si sa, i bambini si accostano al meraviglioso con naturalezza. Eravamo noi adulti in platea ad arrotondare gli occhi e a fare ooh!

Eloisa Zanoni

La guerra silenziosa risuona con i Caligari Bros

la guerraIeri sera, mercoledì 15 luglio, nel parco di Villa Maioni a Verbania si è svolto l’evento organizzato dalla biblioteca nell’ambito della rassegna cinematografica “Bello Raro” e in collaborazione col festival “Rimusicazioni” di Bolzano: la proiezione di filmati storici sulla prima guerra mondiale, muti, rimusicati integralmente dai “Caligari Bros”. La rimusicazione è una nuova corrente di spettacolarizzazione che si sta diffondendo sempre di più nel cinema: vengono recuperati dei filmati muti, riprese storiche o film d’autore, e viene ricreata ad hoc da musicisti famosi la colonna sonora, compresi tutti i suoni d’ambiente.

I filmati proiettati ieri sera risalgono al periodo 1926-1932; i primi tre sono stati realizzati dalla Sezione Cinematografica dell’Armata francese (“Nella trincea”) e da Luca Comerio, cineasta milanese che si è trovato a vivere il boom del cinema ed è stato un pioniere dal punto di vista del linguaggio cinematografico, grazie alla sua capacità di documentare fatti storici con la dovuta maestria tecnica, con le angolazioni di ripresa più appropriate, ma anche capace di inventare un linguaggio originale. Le sue pellicole sono crude, realistiche, realizzate in ambienti spesso impervi, tra i disagi e le fatiche del trasporto dell’attrezzatura, senza luci artificiali, dunque spesso con problemi di esposizione. Il quarto film invece non era previsto ed è stato aggiunto al programma poche ore prima dello spettacolo: la “Storia del milite ignoto” (1932), una pellicola di Henri Storck, uno dei pionieri del cinema belga e padre del neorealismo. Il regista l’ha realizzata montando i cinegiornali del 1928 e creando un film-verità che vuole essere un omaggio alla figura del milite ignoto, dunque a tutti i soldati che hanno combattuto e sono morti nel corso della guerra.

I musicisti che hanno rimusicato i filmati, i Caligari Bros, hanno saputo rendere più coinvolgenti le immagini con i suoni realizzati con mini tastiere, violino, theremin e giocattoli sonori, alcuni inventati dagli artisti stessi. Tiziano Popoli si dedica principalmente alla composizione funzionale, collaborando con registi, coreografi, videoartisti, pittori, poeti, creativi pubblicitari, dj e performers e creando colonne sonore cinematografiche e musiche di scena per spettacoli e performance teatrali, coreografie, video installazioni, sonorizzazioni audiovisive, siti web, spot pubblicitari ed altro. Ha composto musiche per pianoforte, canto e pianoforte, quartetto d’archi, settimino di ocarine, orchestra sinfonica e altre formazioni impiegando sia strumenti tradizionali che tecnologia elettronica e digitale. Ieri sera Tiziano Popoli era affiancato da Valeria Sturba, artista che è diplomata in violino e ha collaborato con diversi cantautori (Cesare Livrizzi, Federico Sirianni, Germano Bonaveri, Paolo Fiorucci, Daniele Faraotti), allargando i propri orizzonti musicali dal rock al tango, dall’improvvisazione all’elettronica, affiancando theremin ed effetti al violino. Nel 2011 ha fondato insieme a Vincenzo Vasi il duo di theremin OoopopoiooO.
Attualmente è attiva in vari progetti: Caligari Bros, Vale(2), I Musicanti di Braina, ItanosTango, Musica Libera.

Ma entriamo nel vivo della proiezione. Il primo filmato, con sottotitoli in francese, si intitola “Nella trincea” e si apre con una panoramica lentissima sulle rive dell’Isonzo, nei luoghi in cui la guerra è stata più cruda; di fronte alle rovine lasciate dalla guerra lo spettatore percepisce tutta la tragedia e l’inutilità del conflitto, grazie anche alla voce struggente del theremin suonato da Valeria Sturba, uno strumento che con le sue tonalità acute e strascicate ricorda una voce umana che si lamenta. Il filmato mostra poi le trincee a est di Gorizia: si vede la fatica dei soldati che strisciano nei camminamenti; il violino di Valeria Sturba insiste sulle tonalità basse per trasmettere la pesantezza e l’angoscia dei loro passi. Le immagini di cannoni che lanciano proiettili a ripetizione e gli spari dei fucili esplodono sonoramente grazie alla maestria sonora dei Caligari Bros; i soldati corrono sullo schermo e anche i tasti delle tastiere di Tiziano Popoli si rincorrono in un ritmo ripetitivo.

Il secondo filmato di Comerio, “La guerra d’Italia a 3000 metri sull’Adamello”, testimonia la guerra d’alta quota degli alpini impiegati sul fronte italiano. Nel corso del primo conflitto mondiale il fronte italo-austriaco attraversava l’imponente gruppo montuoso dell’Adamello-Presanella, un massiccio di oltre 300 kmq di superficie situato tra le province di Brescia e Trento. La cinepresa di Comerio segue, in condizioni estreme, i soldati che, grazie alle teleferiche, portano in alta quota armi e materiali. Lo spettatore vede la lunga fila degli alpini, stracarichi di assi, paglia per i muli, sci e armi, che sale verso il ghiacciaio dell’Adamello. Lassù li aspetta un magro rancio e la spaventosa fatica di tirare su i pesanti mortai e scavare le trincee nella neve. La musica dei Caligari Bros sa rendere la pesantezza dei gesti con note ripetute e cadenzate. Molto emozionante il momento in cui si vedono gli alpini costruire nella neve un altare con una grossa croce; viene celebrata la Santa Messa: Valeria Sturba lascia il violino per intonare un inno in latino, e la sua voce aggiunge intensità alla scena. Dopo aver assistito alla Messa a 3000 metri gli alpini, in divisa bianca, partono all’assalto e sparano, dai buchi nelle trincee di neve, mentre i feriti vengono portati nell’ospedale da campo. Nei volti di questi soldati, mentre ritornano a valle, c’è la soddisfazione per il pericolo scampato, velata da un sottile velo di rassegnazione.

Il terzo filmato è “Ingresso degli italiani a Trento e a Rovereto”, del 1918. Molto più movimentato dei precedenti, inizia con un crescendo di tensione musicale che sottolinea il fragore di cannoni e fucili. Quando la città di Trento viene liberata la popolazione festeggia riversandosi nelle strade e acclamando i soldati italiani: la musica diventa vivace, saltellante, sembra propagarsi dalle mani della folla sventolate a salutare i liberatori. Le scene che mostrano il bivacco dei prigionieri austriaci invece sono molto meste e accompagnate dal suono struggente del theremin; ma ritorna l’esultanza degli squadroni che entrano in città e in un crescendo di musica sventola il tricolore sulla torre d’Augusto al Castello del Buonconsiglio della città di Trento. Le immagini mostrano con evidenza retorica l’orgoglio dell’Italia per una liberazione che sarà invece a lungo percepita come oppressione dalla popolazione tirolese, soprattutto durante il periodo fascista.

Il quarto filmato invece, “Storia del milite ignoto” di Henri Storck, presenta un susseguirsi incalzante di immagini che costruiscono un multiforme affresco dell’anno 1928: un ritmo difficile da seguire, volti, persone in movimento volutamente accelerato. C’è da dire che i Caligari Bros hanno visto la pellicola una sola volta, dato che la proiezione del filmato non era prevista, dunque la colonna sonora che ci regalano è pura improvvisazione. La loro musica diventa accelerata come le immagini: in quel continuo brulicare di mani e volti anche le dita dei due musicisti solleticano corde, premono tasti e fanno vibrare onde sonore con un ritmo che avvolge gli spettatori.

Davvero un coinvolgimento totale dei sensi in questa serata estiva a Villa Maioni: in un sottofondo di caldo e zanzare immagini di una guerra che sa ancora impensierirci, in questo mondo mai al sicuro da violenze e conflitti; e la versatilità della musica scesa come un velo fresco a ricordarci che, se vogliamo, siamo ancora capaci di emozionarci.

di Eloisa Zanoni

Bobo Rondelli emoziona a Verbania | Come i Carnevali ad Allegro con Brio

 

rondelli3Venerdì 10 Luglio Verbania ha ospitato il cantautore livornese Bobo Rondelli.
Cercare di descrivere Bobo Rondelli è come voler intrappolare il vento fresco di una limpida giornata di primavera in un foglio di carta. Le emozioni che sa suscitare con la sua voce e con la liricità dei suoi testi che ama definire “artigianali” sono così profonde che sembra esserene turbato lui stesso. Dire che le sue canzoni hanno una forza evocativa è poca cosa, sono atmosfere leggere e poetiche, intervallate da intermezzi di teatro.
A volte malinconico a volte sfacciato, ha raccolto il testimone da Piero Ciampi, suo concittadino. Nel corso degli ultimi trent’anni diventato idolo dei circoli culturali underground e punto di riferimento per migliaia di fan a cui è riuscito a dar voce attraverso produzioni di dischi di qualità sopraffina.
Livornese di Ferraris come ama definirsi ha iniziato la sua carriera con il gruppo degli “Ottavo Padiglione” (dal nome del reparto dove sono ricoverati i malati di menti all’ospedale della sua città). La loro hit più famosa “Ho picchiato la testa” che vendette quasi cinquantamila copie. rondelli2
Negli anni della carriera solista ha collaborato con molti artisti importanti come Bollani che ha prodotto un suo disco regalando così al mondo la sua genialità attraverso canzoni d’autore con le quali riesce a far pensare su grandi temi etici e sociali. Nemico della sopraffazione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo è infatti sempre in prima fila per la raccolta fondi a fine umanitari.
La sua produzione ha subito negli ultimi anni un ulteriore salto di qualità attraverso nuove collaborazioni, tra tutte va sottolineata quella con Franco Loi, poeta che ama la libertà espressiva assoluta.
Nei concerti tuttavia Bobo non riesce a non soddisfare le richieste del suo pubblico più affezionato e ritorna quasi sempre sui classici che l’hanno resto immortale. Canzoni come “La marmellata” o “GigiBalla” la storia di un orso dello zoo a cui fa male il dente, non mancano mai provocando ogni volta scariche di adrenalina in tutti coloro che conoscono i suoi testi a memoria.
Istrionico e pronto a danzare su tappeti invisibili più che su quelli rossi ha fatto anche teatro dando vita con il grande e mai troppo compianto Andrea Cambi, di cui era intimo amico, ai famosi “Fratelli Durbans” che ancora vivono nei cuori di chi li ha potuti gustare dal vivo.
Nel 2011 ha pubblicato il libro “Compagni di Sangue” in cui racchiude una serie di suoi versi e pensieri.
Dopo la consacrazione mediatica grazie a partecipazioni prestigiose sul grande e piccolo schermo (dal sodalizio con Paolo Virzì – attore in “La prima cosa bella” e protagonista nel docufilm “L’uomo che aveva picchiato la testa” – alle ospitate su Rai Tre in programmi come “Sostiene Bollani” e “Gazebo”) e dopo aver studiato e prodotto uno spettacolo interamente dedicato a Piero Ciampi, celebrato recentemente anche da SKY ARTE con un bellissimo docufilm, l’instancabile artista labronico Bobo Rondelli torna con il nuovo album “Come i Carnevali”.
Il disco, scritto in collaborazione con Francesco Bianconi dei Baustelle e gli inseparabili amici/musicisti  Fabio Marchiori e Simone Padovani, vede Bobo tornare alle atmosfere sognanti di “Per Amor del Cielo”; album che lo aveva consacrato come grande autore contemporaneo.

rondelliSceglie non a caso Filippo Gatti come produttore, lo stesso del celebrato disco del 2009.
La varietà timbrica dell’album traccia il profilo netto di un uomo che descrive la vita quotidiana con amara lucidità e felliniane fughe verso il sogno.
Forte il legame con il cinema e la letteratura, ai quali Bobo si ispira in quasi ogni canzone: “Le notti bianche” di Visconti in Cielo e terra, l’omaggio al dimenticato poeta Emanuel Carnevali, Ugo Tognazzi, “L’educazione sentimentale” de “I mostri” in Autorizza papà, Cosini di Svevo in Ugo’s dilemma. In “Come i Carnevali” Bobo celebra la poesia e la vita, che somiglia sempre più ad un Carnevale, tra liti con la ex, scorrazzate in motorino senza casco con i figli e serate in osteria.
C’è il sentito ricordo della madre in “Nara F.” e del padre in “Qualche volta sogno”, l’amore strampalato ma fortissimo per i figli in “Autorizza papà”.
L’omaggio al pedagogo e scrittore polacco Henryk Goldszmit e al suo ruolo chiave con i bambini vittime dello Shoah.
“Come i carnevali” è un disco di un uomo innamorato delle assurdità e delle passioni della vita.
Troppo sensibile per non subirne la crudeltà, troppo lucido per prenderla sul serio.

Antonia Santopietro